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Uno sguardo al passato

Partendo dall'antichità, la produzione filosofica sui diritti degli animali cita Pitagora e Plutarco, entrambi vegetariani e sostenitori del rispetto per gli animali. I due filosofi collocavano il sentimento di compassione verso gli animali fra le caratteristiche indispensabili un essere umano deve avere.

 

Nel Cinquecento, Montaigne, ispirandosi a Plutarco e alle critiche da questi fatte rispetto alle forme di crudeltà nei confronti degli animali, afferma che l’uomo non ha alcuna ragione per sentirsi superiore agli animali e di opprimerli, trattandosi di esseri senzienti in gradi di provare sentimenti sia positivi che negativi.

 

Nel Settecento, Jean-Jacques Rousseau consigliava un’alimentazione vegetariana come pratica di vita e rispetto per gli animali, mentre l’inglese Jeremy Bentham nel 1789 scriveva “verrà il giorno in cui gli animali del creato acquisiranno quei diritti che non avrebbero potuto essere loro sottratti se non dalla mano della tirannia” e “…il problema non è se gli animali possono ragionare o parlare, ma se possono soffrire”.

 

Nell’Ottocento il filosofo tedesco Arthur Schopenhauer affermava che un animale ha la stessa essenza di un essere umano e, pur essendo privo della ragione, riconosceva in loro emozioni e sentimenti, mentre nel 1871 Giuseppe Garibaldi fondava la prima società italiana per la protezione degli animali.

 

Agli inizi del Novecento di diritti animali ne parla Albert Schweitzer, premio Nobel per la pace, promuovendo un’etica filosofica limitata non solo all’uomo ma anche agli animali.

Nel 1928 l’italiano Cesare Goretti, anticipando le tematiche della bioetica e dell’etologia, afferma che gli animali sono veri e propri “soggetti di diritto” e che hanno “una coscienza giuridica”:
«Come non possiamo negare all'animale in modo sia pure crepuscolare l'uso della categoria della causalità, così non possiamo escludere che l'animale partecipando al nostro mondo non abbia un senso oscuro di quello che può essere la proprietà, l'obbligazione. Casi innumerevoli dimostrano come il cane sia custode geloso della proprietà del suo padrone e come ne compartecipi all'uso. Oscuramente deve operare in esso questa visione della realtà esteriore come cosa propria, che nell'uomo civile arriva alle costruzioni raffinate dei giuristi. È assurdo pensare che l'animale che rende un servizio al suo padrone che lo mantiene agisca soltanto istintivamente. [...] Deve pure sentire in sé per quanto oscuramente e in modo sensibile questo rapporto di servizi resi e scambiati. Naturalmente l'animale non potrà arrivare al concetto di ciò che è la proprietà, l'obbligazione; basta che dimostri esteriormente di fare uso di questi principî che in lui operano ancora in modo oscuro e sensibile.»
 
Nel 1971 il tema dei diritti animali viene trattato da S. Godlovitch e J. Harris nel libro Animals, Men and Moral. Si tratta di una raccolta di articoli che affronta il tema dei diritti degli animali con profondi argomenti filosofici e rinvigorisce il movimento dei diritti degli animali.   

 

Nel 1994 il filosofo del diritto Norberto Bobbio, interviene sull’estensione del principio di uguaglianza agli animali:
«
Mai come nella nostra epoca sono state messe in discussione le tre fonti principali di disuguaglianza: la classe, la razza ed il sesso. La graduale parificazione delle donne agli uomini, prima nella piccola società familiare e poi nella più grande società civile e politica è uno dei segni più certi dell'inarrestabile cammino del genere umano verso l'eguaglianza. E che dire del nuovo atteggiamento verso gli animali? Dibattiti sempre più frequenti ed estesi, riguardanti la liceità della caccia, i limiti della vivisezione, la protezione di specie animali diventate sempre più rare, il vegetarianismo, che cosa rappresentano se non avvisaglie di una possibile estensione del principio di eguaglianza al di là addirittura dei confini del genere umano, un'estensione fondata sulla consapevolezza che gli animali sono eguali a noi uomini, per lo meno nella capacità di soffrire? Si capisce che per cogliere il senso di questo grandioso movimento storico occorre alzare la testa dalle schermaglie quotidiane e guardare più in alto e più lontano”.

Ma è con le posizioni dell’australiano Peter Singer che si inizia a parlare di una vera e propria liberazione animale. Singer sostiene che l'adozione di una dieta vegana e l'abolizione delle sperimentazioni sugli animali sono imperativi morali urgenti. Qualsiasi genere di sofferenza - sia fisica che psicologica - è negativa, a prescindere da chi lo provi.
Gli esseri umani non sono gli unici capaci di provare sofferenza o dolore, le provano anche la maggior parte degli animali, molti dei quali sono in grado di provare anche forme di sofferenza che vanno al di là di quella fisica, come il tormento di una madre separata dai suoi piccoli o il tedio dell’essere chiusi in una gabbia senza far nulla.
Singer sostiene che tutti noi non siamo solo responsabili di quello che facciamo, ma anche di quello che avremo potuto impedire o che abbiamo deciso di non fare.
Il suo libro Animal liberation, pubblicato nel 1991, ha svolto un ruolo fondamentale al contemporaneo movimento per i diritti degli animali.

La circolazione di idee ha fatto nascere un ampio dibattito che ha portato alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell'animale proclamata il 15 ottobre 1978 nella sede dell'Unesco a Parigi. Questa dichiarazione, pur non avendo valore sul piano giuridico, ha un grande valore simbolico e ha dato l’avvio a diverse legislazioni nazionali. Da allora, nel mondo occidentale, si sono moltiplicate le disposizioni normative per il benessere degli animali. Gli anni ’70 hanno visto in particolare l’Europa avviare un percorso culturale e legislativo in questa direzione.

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La legislazione italiana

Le Cinque Libertà

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